MUSICA D'ORGANO

| ARTISTI | ORGANISTI | COMPOSITORI | FREE MP3 | CONCERTI | ATTIVITA' CULTURALI |

Organo, coro, tromba e...timpano

________________________________________________________________

Celebrazioni solenni nel santuario del SS.Salvatore

a Margherita di Savoia (Fg)

di GIUSEPPE DISTASO

 

PREMESSA

Come si sa, nel corso dell'anno liturgico ci sono momenti che differiscono dal tempo ordinario per importanza e solennità, momenti quali l'avvento, il natale, la quaresima, pasqua, il corpus domini etc.

In particolare anche in questi momenti ci sono celebrazioni che richiedono un alto grado di solennità, tra cui sicuramente le più importanti sono la veglia della notte di natale e la veglia della notte di pasqua in cui in tutte le chiese cattoliche del mondo si festeggiano i due momenti più importanti di tutta la base della chiesa cattolica: la nascita e la resurrezione.

MARGHERITA DI SAVOIA, STORIA

Nel 318 a.C. troviamo la località designata per la prima volta sotto la denominazione di Salinis (vedi la Tabula Peutinger, depositata presso la Biblioteca Imperiale di Vienna). Il disfacimento dell’impero romano, l’influenza delle vicine civiltà e la scomparsa di antichi siti quali Arpi, Salapia, Sipontum, Canne e Canusium fecero da preludio ad una fase particolarmente caotica per l’intera area geografica, e per lungo tempo della località non vi fu menzione nei documenti storici del tempo, sebbene proseguisse il suo sviluppo attorno alla salina.

Con il diffondersi del Cristianesimo la località assunse il nome di Sancta Maria de’ Salinis: il nome compare per la prima volta nel 1105, allorquando il Conte Goffredo Normanno donò al Vescovo della Diocesi di Canne il casale di Sancta Maria de’ Salinis, il cui territorio si estendeva lungo il litorale dalla foce del fiume Ofanto sino alla contrada San Nicolao de Petra (l’odierna Torre Pietra). Numerosi documenti storici fanno presumere che il Vescovo che ricevette tale donazione fosse Rogerius, ossia San Ruggiero, patrono di Barletta. Il Vescovo Ioannes, successore di Rogerius, cedette successivamente il territorio ai Templari di Barletta. Con l’estinzione della Diocesi di Canne, la chiesa di Sancta Maria de’ Salinis fu aggregata alla Diocesi di Trani – cui tuttora appartiene – come risulta dalla bolla papale di Celestino III, datata 1192. Il dominio dei Templari sulla salina cessò allorquando le Costituzioni Melfitane di Federico II di Svevia imposero nuovi balzelli. Sotto il casato svevo, durato 72 anni, l’intero territorio conobbe un periodo di particolare fioritura; ma le cose cominciarono rapidamente a declinare con l’avvento della dinastia angioina. A causa della sua forte esposizione debitoria nei confronti dei banchieri fiorentini, Re Carlo I d’Angiò fu costretto a cedere i diritti sulle saline, che rappresentavano un notevole sbocco commerciali per i traffici di sale verso oriente. Nel frattempo, più esattamente tra la fine del XIII Secolo e l’inizio del XIV, il casale di Sancta Maria de’ Salinis – che per la sua fiorente industria del sale aveva resistito a tutte le devastazioni e guerre combattutesi attorno ad esso – venne falcidiato da una grave epidemia di malaria. I pochi superstiti si rassegnarono ad abbandonare la terra natia e si rifugiarono a Barletta.

Passarono alcuni secoli prima che l’autorità si decidesse a bonificare la zona: dell’antico casale non erano rimaste che poche case, una taverna, una torre a difesa della costa e qualche pagliaio, antica abitazione dei Salinari. Dopo l’emigrazione a Barletta dei sopravvissuti dell’epidemia di malaria, quel che restava dell’antico casale mutò ancora una volta nome, venendo denominato Saline di Barletta. Agli albori del ‘500 ebbe inizio la pratica dell’arrendamento (dallo spagnolo arrendamiento = affitto): quando la Regia Corte necessitava di denaro fittava porzioni di territorio e relative rendite ai privati. Così, alle intollerabili vessazioni degli Spagnoli, si aggiunse col tempo lo strapotere degli arrendatori, che si ritennero sempre più i padroni assoluti delle saline, sulle quali speculavano ingenti risorse. Il malcontento che esplose nel Regno delle Due Sicilie durante il 1647 non valse ad arginare le rapaci intenzioni degli arrendatori, che continuarono a gestire le saline a loro piacimento ancora per lunghissimi anni.

Verso la fine del ‘600 i discendenti dei primi emigranti salinari, scappati a Barletta per sfuggire all’epidemia di malaria, cominciarono poco per volta a far ritorno nella terra dei loro avi: il litorale riprese dunque – dapprima lentamente, poi in maniera sempre più rapida – a pullulare ancora dei tradizionali pagghjare. A metà del ‘700 il Re Carlo III di Borbone, salendo al trono di Napoli, chiese al celebre architetto Luigi Vanvitelli (autore, tra l’altro, della celeberrima Reggia di Caserta) di progettare un impianto più moderno e funzionale per l’estrazione e la lavorazione del sale. Ma ciò non cambiò le sorti della salina da un punto di vista economico: la proprietà restava nelle mani di pochi e la tensione che si avvertita era fortissima; la società feudale aveva cristallizzato ogni fenomeno di crescita sociale: a fronte della ricchezza smisurata di nobili e clero, il popolo salinaro viveva nella più assoluta povertà. E nel 1805, quando le pressioni tributarie superarono ogni limite, la situazione parve precipitare. 

Nel 1813 Re Gioacchino Murat promulgò la prima legge organica sull’amministrazione autonoma delle manifatture dei sali e tabacchi: le Saline di Barletta (che nel 1799 erano passate sotto la giurisdizione del distretto di Cerignola ed inglobate nel territorio di Casale Trinità, l’odierna Trinitapoli) videro riconosciuta così, per la prima volta, un’amministrazione municipale separata. Il Direttore della Salina sarebbe stato anche Sindaco: il primo in assoluto fu Vincenzo Pecorari. Ma, travolto dal repentino tramonto di Napoleone Bonaparte, anche Gioacchino Murat andò incontro ad un triste destino (venne fucilato nel 1815) ed i processi evolutivi nell’amministrazione del territorio subirono un brusco stop. Nonostante le maggiori garanzie di legge, infatti, il fabbisogno economico dei lavoratori della salina non poteva essere soddisfatto dal magro stipendio, e così si svilupparono la coltivazione intensiva degli arenili e l’industria della pesca, antica risorsa del luogo. Dal punto di vista amministrativo, per tutta la fase antecedente all’Unità d’Italia e fino al 1861, il paese venne gestito da un Decurionato. Nel 1879 il nome della località venne definitivamente mutato in Margherita di Savoia, in onore della prima Regina d’Italia.

Agli inizi del XX Secolo Margherita fu flagellata da gravi epidemie: tifo esantematico nel 1902, morbillo e colera nel 1910, la “spagnola” subito dopo la fine della Prima Guerra Mondiale. Ciononostante il paese fece registrare in quegli anni un notevole incremento demografico, che iniziò ad arrestarsi verso la fine degli anni Venti, quando si contarono i primi emigranti che cercavano fortuna oltreoceano. Il fenomeno si intensificò al termine del secondo conflitto mondiale, quando, in un’Italia in ginocchio dopo i disastri della guerra, furono in tanti, specialmente dal Meridione, a trasferirsi verso le grandi città del Nord.

LE SALINE PIU' GRANDI D'EUROPA



La salina si estende su una fascia lunga circa 20 km, spingendosi nell’interno per una profondità massima di circa 5 km.La superficie totale è di circa 4500 ettari. La superficie utile coperta dalle acque è di circa 4000 ettari. Quest’ultima superficie è suddivisa in evaporante (3500 ettari) e salante (500 ettari).
Gli altri 500 ettari di superficie sono costituiti da strade, argini, aie di ammassamento, officine, uffici, alloggi ecc.La superficie evaporante serve a portare le acque del mare a saturazione rispetto al cloruro di sodio (l’acqua di mare ha una densità di 3,5 Baumè e la saturazione la si raggiunge ad una densità di 25,7 Bè alla temperatura di circa 15° C); l’altra superficie coperta dalle acque costituisce la zona salante nella quale si ha a disposizione il sale.
Questa zona viene continuamente alimentata con acqua satura preparata dalla zona evaporante e raggiunge a fine campagna salifera i 30 gradi Bè.
Le vasche evaporanti della Salina hanno superfici e forme variabili in dipendenza dell’andamento altimetrico del terreno. Le vasche salanti pur conservando la variabilità nelle superfici sono invece perfettamente regolari nella forma per esigenze di raccolta. La natura del terreno è per la massima parte argilloso e presenta un elevato grado di impermeabilità. Il movimento delle acque a ciclo continuo viene realizzato sfruttando nella maggior parte della superficie il dislivello naturale del terreno; ove ciò non è possibile provvedono sei stazioni idrovore dislocate nelle varie zone della salina. La prima di queste stazioni, in ordine di grandezza, è quella che provvede al prelevamento delle acque di mare.
La quantità di acqua di mare utilizzata per la produzione del sale varia a seconda dell'’andamento stagionale ; essa si aggira in media intorno ai 30.000.000 di metri cubi annui. L’acqua di mare raggiunto il grado di saturazione (25,7 Bè) si riduce a circa 1/10 del suo volume; quando invece raggiunge il grado finale di 30 Bè il suo volume iniziale si riduce ad 1/40.
Il periodo più favorevole alla produzione comprende i mesi di giugno, luglio, agosto e settembre. La produzione media annua di sale è di circa 6 milioni di quintali.

L'ANIMAZIONE DELLE CELEBRAZIONI AL SANTUARIO DEL SANTISSIMO SALVATORE

A parte l'immancabile organo (unico organo a canne della città) e il coro polifonico, da qualche anno a questa parte per l'animazione dele celebrazioni più importanti si è optato per qualcosa di stampo prettamente orchestrale, però in senso molto stretto, quando parliamo di orchestra pensiamo subito alle grandi orchestre dove primeggiano gli archi e i fiati, invece in questo caso si è voluto estrapolare dall'orchestra lo strumento che diciamo fa "rabbrividire" e crea uno stato di angoscia quando terrore nell'ascoltatore, il timpano, infatti basta ascoltare qualche colonna sonora di film di guerra dove questo strumento insieme al rullante militare è sempre presente.

L'abbinamento con l'organo è molto riuscito, soprattutto in canti solenni, il timpano è uno strumento perfetto per l'attacco dei ritornelli e per battere il ritmo in canti solenni quali il canto iniziale ma soprattutto  il canto del gloria.

Personalmente ho suonato con coro, timpano e tromba nella veglia di pasqua 2002 dopo aver suonato tutta la settimana santa; nella notte di pasqua il timpano era suonato da Vito Capacchione, la tromba da Andrea Daloiso e il coro polifonico parrocchiale diretto da Vito Daloiso; i canti, per la maggiorparte erano presi dal repertorio di Marco Frisina (compositore di musica sacra, direttore del coro e orchestra della diocesi di Roma, scrittore di numerosi canti liturgici e colonne sonore di film religiosi) tra cui il canto "Rallegriamoci ed esultiamo" il "Gloria in excelsis Deo" e il "Benedetto sei tu Signore". Soprattutto sul gloria, i rintocchi del timpano accoppiati al ripieno d'organo con tutta la sua base e anche le ance al pedale facevano davvero rabbrividire. E' una sensazione che non si può capire tramite le parole ma è veramente da ascoltare; la tromba interveniva su parti strumentali quali le introduzione e gli intermezzi.

L'ORGANO DI CUI SONO TITOLARE

E' l'occasione perfetta per presentare a tutti i visitatori l'organo di cui sono titolare.

Esso è un organo costruito dai F.lli Ruffatti nel 1972 e fortemente voluto da Don Salvatore Di Paola a coronamento dei lavori di restauro alla chiesa; sicuramente fortemente voluto se si pensa che per la collocazione dell'organo è stata demolita la cantoria in legno e costruita una nuova in cemento con colonne in pietra per sopportare il peso del nuovo organo.

Detto da persone anziane ancora in vita, prima di questo organo c'era un piccolo positivo forse a tastiera singola e una decina di registri collocato sulla cantoria di legno, mio nonno stesso mi racconta sempre che quando era ragazzo faceva il tiramantici sulla cantoria che a differenza di ora ospitava anche il coro; di questo organo non si hanno notizie, forse la parte sonora è stata inglobata nel nuovo organo ma non è una notizia certa in quanto non si conservano documenti riguardanti il vecchio organo.

                

L'organo è stato costruito in parallelo con l'organo del santuario dei SS.Medici a Bitonto (organo del 1973 a tre tastiere, vedi articoli in persoqualcosa) lo dimostra la stessa composizione di registri ma soprattutto la stessa consolle e lo stesso anno di costruzione (l'organo dei SS.Medici è stato consegnato agli inizi del 1973) ma soprattutto la stessa intonazione ed è stato pagato all'epoca 16.000.000 di vecchie Lire.

Dopo l'inaugurazione l'organo ha vissuto 30 anni di duro servizio liturgico ma soprattutto ha rivelato tutte le debolezze delle trasmissioni Ruffatti degli anni '70 per organi posti vicini al mare, infatti ogni volta che l'organo si accende c'è l'80% che qualche canna si blocchi per qualche residuo di salsedine sui magneti, questo accade da circa 20 anni, nonostante l'organo sia stato restaurato anche recentemente (nel 2001 dalla ditta Saviolo di Padova) e ha rivelato anche la perdita della lucidità delle canne di facciata che appaiono raschiate e scolorite in alcuni punti.

Comunque nonostante questi problemi l'organo possiede ancora una bellissima intonazione, soprattutto sulle ance e sui ripieni e continua instancabilmente il suo servizio alla comunità.

Io sono diventato titolare di quest'organo dal 2001 a restauro terminato, per interessamento del mio amico Giorgio Del Vecchio, e non vi nascondo che dopo due anni di servizio mi emoziona ancora molto suonarlo.

di seguito la disposizione fonica

I manuale: GRAND'ORGANO

II manuale: ESPRESSIVO

Quintadena 16'

Principale 8'

Corno di Camoscio 8'

Ottava 4'

Flauto in XII 2.2/3'

Decimaquinta 2'

Ripieno 4 file

Scharf 4 file

Tromba 8'

Bordone 8'

Salicionale 8'

Principalino 4'

Flauto a cuspide 4'

Sesquialtera 2.2/3'

Flagioletto 2'

Ripieno 5 file

Voce Celeste 8'

Cromorno 8'

PEDALE

UNIONI, ANNULLATORI, ACCESSORI

Contrabasso 16'

Subbasso 16'

Quintadena 16'

Bordone 8'

Ottava 8'

Corno di notte 4'

Trombone 16'

Tromba 8'

Chiarina 4'

Unioni in 8: II-I, II-ped, I-ped

Unioni in 4: II-I, I-I, II-II, II-ped, I-ped

Unioni in 16: I-I, II-II

Annullatore Tromba I manuale

Annullatore Cromorno II manuale

Annullatore Ance pedale

Annullatore Ance Generale

Annullatore unioni tastiere

Annullatore unioni tastiere - pedale

Annullatore accoppiamenti di 16

Annullatore accoppiamenti di 4

Piano automatico al pedale

6 combinazioni aggiustabili richiamabili anche da pedaletti sulla pedaliera

II manuale chiuso in cassa espressiva

Crescendo a 9 posizioni in ordine Ripieni-Ance

Traspositore a sei posizioni

L'organo è collocato sulla cantoria sopra il portale di accesso ed è formato da una mostra a tre cuspidi di cui due laterali crescenti e con canna centrale corrispondente al Do1 del Principale 8' del Grand'organo.

Possiede molti registri derivati tra cui le ance che sono solo 134, e cioè le 61 canne della tromba di 8' del I manuale (portate in derivazione al pedale formando i registri di 8 e 4) le 61 canne del cromorno 8' del II manuale e le 12 canne del trombone 16' (che prosegue dalla seconda ottava con canne di tromba 8'); il contrabasso di 16' possiede solo 12 canne (dalla seconda ottava prosegue con l'ottava 8'); la quintadena di 16' è unica per manuale e pedale; lo scharf usa le due ultime file del ripieno, quindi tra ripieno e scharf ci sono in totale 6 file; Il flagioletto è ottenuto prolungando il flauto di 4 di 12 canne. La derivazione di questi registri fa scaturire un notevole spazio interno, infatti le dimensioni della cassa (ca 3 metri di profondità per ca 10 di lunghezza) permettono un buon camminamento interno soprattutto per l'accordatura delle ance che si trovano subito dopo la porta di ingresso dell'organo, accordatura attualmente difficoltosa dopo i restauri alla chiesa del 2000 per l'eliminazione della scala a chiocciola per l'accesso alla cantoria dove attualmente è quasi impossibile accedervi.