Il grande organo dell'abbazia della SS.Trinità di Cava de'Tirreni

di GRAZIANO FRONZUTO

Storia

Dal medioevo alla decadenza del XVI sec.

Cava de’ Tirreni è sempre stato un centro di particolare importanza economica e culturale nell’area Salernitana, grazie alla sua posizione e alle attività esercitate da sempre nel suo territorio (settore tessile, dell’abbigliamento, del pellame, poligrafico, del mobile, del tabacco, meccanico, dei manufatti per l’edilizia e della ceramica artistica). In questa particolare floridezza ebbe un ruolo primario la presenza della grande Abbazia Benedettina, dedicata alla SS. Trinità.

Il fondatore fu Sant’Alferio, nobile salernitano, che –prima di indossare il saio– era consigliere di Guaimario III, principe di Salerno. Tra il 1003 e il 1004 Alferio era stato inviato in missione diplomatica in Francia dove aveva sostato presso l’Abbazia di Cluny. Qui era stato accolto dall’abate Oddone, che ebbe una grande influenza su di lui e lo convinse ad abbracciare la vita monastica. Dopo lunghi anni tornò in Italia, deciso a fondare un’abbazia nei pressi della sua città d’origine, Salerno. Sulla via del ritorno, Alferio si fermò nell’abbazia della Sacra San Michele, nei pressi di Torino (1020), e l’asperità del luogo pare che gli fornì l’ispirazione per trovare il sito adatto: un luogo isolato e boscoso nei pressi di Salerno, contraddistinto da una grotta (“Cava”), alle pendici del Monte Finestra, in posizione dominante sulla profonda gola del fiume Selano. In questo luogo, ufficialmente concessogli dal principe Guaimario IV nel 1025, si ritirò con alcuni suoi seguaci e si tramanda che arrivò alla venerandissima età di 120 anni!

Con l’abate San Pietro I da Cava (1079–1123), nipote di Sant’Alferio, ebbe inizio il lungo periodo di splendore dell’abbazia, che divenne il fulcro di una vasta congregazione di monasteri sparsi in tutta l'Italia meridionale. Egli fondò nei pressi un villaggio fortificato, chiamato “Corpo di Cava”, e ingrandì il monastero facendo costruire una grande chiesa abbaziale, a pianta basilicale, simile per caratteristiche stilistiche e dimensionali alle maggiori chiese del tempo (per es. l’Abbazia di Sant’Angelo in Formis, tuttora visibile nella provincia di Caserta) che fu consacrata nel 1092 da papa Urbano II, che lo aveva conosciuto personalmente nell’abbazia di Cluny e che ne apprezzava l’operato.

Nei secoli successivi, l’Abbazia crebbe di importanza e di potenza grazie alla diretta protezione dei re di Napoli e dei papi. Durante il medioevo, l’abbazia giunse ad avere rapporti commerciali con tutta l’Italia Meridionale e anche con terre assai lontane (Provenza, della Catalogna e perfino dell'Oriente.), grazie ai privilegi acquisiti sui vicini porti di Vietri, Fuenti e Cetara dove pare approdassero le navi noleggiate o addirittura allestite dalla stessa Abbazia. In questo periodo Cava dei Tirreni fu elevata a sede vescovile, così gli abati riunirono entrambi i titoli (Abate–Vescovo di Cava).

In lunghi secoli l’Abbazia venne in possesso di un enorme patrimonio culturale: innanzitutto bibliografico (nella biblioteca furono raccolti, nel corso del tempo, ben quindicimila pergamene latine e centocinque greche, codici, documenti, libri rarissimi ecc. [ved. fig. 1: uno degli scrittoi del XVIII sec. tra gli armadi]) e ovviamente anche artistico (basti pensare al magnifico ambone, tuttora conservato sebbene molto restaurato, risalente al XIII sec. e che pare sia stato donato all’abbazia dal re di Sicilia Ruggero II).

Col periodo rinascimentale, contrariamente a quanto si pensa, iniziò un lungo declino poiché a partire dal 1431 l’abbazia e la diocesi di Cava furono affidate agli abati–vescovi “in commenda” (il primo abate–vescovo “commendatario” fu Angelo Fusco): ciò significava che gli abati–vescovi beneficiavano delle rendite di Cava come beni personali senza obbligo esplicito di utilizzarli per opere religiose in loco. Per quasi un secolo gli abati–vescovi si arricchirono comportandosi come feudatari, prosciugando le risorse economiche e culturali di Cava senza preoccuparsi di garantire la conservazione di edifici ed istituzioni e causando la drastica riduzione del numero dei monaci (anche perché erano divenuti esigui i loro mezzi di sussistenza, a causa dell’ingordigia di alcuni abati–vescovi).

Dalla distruzione alla ricostruzione su disegno di Giovanni del Gàiso

Nel 1518 la diocesi di Cava venne resa indipendente dall’abbazia e le cariche di vescovo e di abate separate. Le cose non migliorarono di molto tanto che non si pose adeguato rimedio alle calamità naturali (terremoto del 1631, frana del masso sulla cappella di S. Felicita, 1640; pestilenze e carestie del 1656 ecc.) e a metà del XVIII sec. l’abbazia versava in condizioni fatiscenti e fu distrutta da un incendio, sviluppatosi con facilità.

Fortunatamente nel frattempo molte cose erano cambiate: gli abati erano riusciti a riaffermare uno spirito più consono alla disciplina monastica e a far risorgere la comunità: così a partire dal 1761, l’abate Giulio de Palma fece ricostruire la chiesa distrutta dall’incendio rivolgendosi all’architetto di Giovanni del Gàiso.

Questi era stato allievo del grandissimo Domenico Antonio Vaccaro, e si era guadagnato la fiducia dell’Ordine Benedettino con cui ebbe lunghi rapporti professionali: a Napoli aveva diretto importanti lavori di ricostruzione e decorazione dei monasteri di SS. Severino e Sossio, S. Maria Donna Romita e Santa Caterina da Siena, ma era stato anche attivo altrove (Montecassino, Salerno ecc.). Nel 1745 successe al maestro D. A. Vaccaro come “ingegnere ordinario” del potente istituto bancario Sacro Monte del Banco dei Poveri di Napoli finché nel 1766 i Governatori (cioè gli amministratori del Banco) lo ritennero responsabile di lesioni verificatesi nel palazzo del Sacro Monte e lo costrinsero a dimettersi.

L’accusa era forse infondata, tant’è vero che non era venuta meno la fiducia da parte dei Benedettini che gli affidarono la costruzione della facciata monumentale dell’abbazia di Cava, terminata nel 1772 e ancor oggi ammirata per la sua severa compostezza e per l’ardito uso della pietra lavica [ved. fig. 2]

Dal XIX sec. ai giorni nostri

L’opera di Giovanni del Gàiso fu particolarmente attenta a riutilizzare le fondamenta antiche e le preesistenze salvatesi dall’incendio: infatti le proporzioni della chiesa rispecchiano quelle della basilica medievale, ovviamente le decorazioni sono quelle proprie del XVIII sec.: un barocco molto maturo, con influenza neoclassica mutuata dal Vanvitelli. La chiesa conserva un’importante vestigia del passato: la cosiddetta “Cappella dei SS. Padri”, di impianto medievale ma con ricca decorazione barocca eseguita tra il 1640 e i primi del ‘700 dallo scultore Giuseppe Rapi e da Gerolamo Santacroce (e da allievi di Dionisio Làzzari ed in particolare Arcangelo Guglielmelli, all’epoca attivo nella cattedrale di Salerno).

Gli affreschi e gli stucchi della navata furono eseguiti nel XIX sec. (Vincenzo Morani, 1857). Dopo l’Unità d’Italia, l’Abbazia fu dichiarata Monumento Nazionale (1866), e le sue decorazioni furono completate dall’artista Giovanni Iannone (che era monaco certosino): ricostruzione dell’Ambone (1880, ricomposizione di frammenti del XIII sec.), Seggio Abbaziale (nel coro ligneo disegnato da Giovanni del Gàiso nel 1760 [ved. fig. 3]), restauro della “Cava” (grotta di Sant’Alferio). Successivamente venne costruito anche il campanile.

Gli organi

Come a Montecassino [vedi articolo nella sezione “Perso Qualcosa” di questo sito] e in molte altre Abbazie Benedettine, la cantoria fu realizzata sulla parete absidale, in posizione dominante sul coro. Fu disegnata da Giovanni del Gàiso ed ospitava un organo fondale, probabilmente poco più piccolo di quello di SS. Severino e Sossio a Napoli.

Successivamente l’organo fu sostituito da un organo tardoromantico, collocato in una cassa lignea pregevole ma fuori contesto: aveva un improbabile stile neogotico ed era stata probabilmente disegnata da Giovanni Iannone [ved. fig. 4].

In questa cassa fu collocato l’organo Balbiani Vegezzi–Bossi, costruito nel 1927 e successivamente ampliato ed elettrificato e soprattutto dotato di una nuova, splendida cassa disegnata dall’artista benedettino padre Raffaele Stramondo rispettando lo stile di Giovanni del Gàiso [ved. fig. 5]

Ecco la descrizione fonica dell’organo attuale:

Grande Organo Balbiani Vegezzi–Bossi (op. 1761 anno 1927)
Abbazia della SS. Trinità – CAVA de’ TIRRENI

Registri

I Manuale – Positivo [Espressivo]

II Manuale – Grand’Organo

    1      Ripienino

    2      Terza (sic)                    1’3/5’

    3      Silvestrino (sic)                 2’

    4      Nazardo                       2’2/3’

    5      Corno di Camoscio          4’

    6      Flauto Conico                   4’

    7      Bordone                           16’

    8      Eufonio                              8’

    9      Celeste                               8’

  10      Viola                                   8’

  11      Flauto                                 8’

  12      Clarino                               8’

 

  13      Sesquialtera G – E (sic)

  14      Cornetto G – C – E (sic)

  15      Vibratore (sic)                      I

 

  16      Ottava Grave                       I

  17      Ottava Acuta                      I

  18      Unione Grave          III [ – I]

  19      Unione Acuta          III [ – I]

  20      Unione                      III [ – I]

  21      Ottava                                4’

  22      Principalino                       4’

  23      Flauto a Camino               4’

  24      Corno Solista                    8’

  25      Principale                         16’

  26      Diapason                           8’

  27      Principale                           8’

  28      Principale II                       8’

  29      Unda Maris                       8’

  30      Gamba                                8’

  31      Dulciana                            8’

  32      Flauto                                 8’

  33      Bordone                             8’

  34      Tromba                              8’

 

  35      Flauto in XII               2’2/3’

  36      XV                                      2’

  37      Ripieno [5 – 7 file]

 

  38      Vibratore (sic)                     II

  39      Unione Grave        III [ – II]

  40      Unione Acuta        III [ – II]

  41      Ottava Grave                     II

  42      Ottava Acuta                     II

  43      Unione Grave           I [ – II]

  44      Unione Acuta          I [ – II]

  45      Unione                    III [ – II]

  46      Unione                      I [ – II]

 

III Manuale – Recitativo [Espressivo]

Pedale

  47      Vibratore (sic)                   III

  48      Ottava Grave                    III

  49      Ottava Acuta                   III

 

  50      Oboe                                  8’

  51      Tromba a Squillo              8’

  52      [Voce] Corale                    8’

  53      Bordoncino                       8’

  54      Quintante                          8’

  55      Principale                           8’

  56      Viola d’Orchestra             8’

  57      Concerto Viole [4 file]      8’

  58      Controgamba                  16’

  59      Flauto Armonico              4’

  60      Flautino                             2’

 

  61      Unione                  I [ – Ped]

  62      Unione                 II [ – Ped]

  63      Unione                III [ – Ped]

  64      Unione Acuta      I [ – Ped]

  65      Unione Acuta     II [ – Ped]

  66      Unione Acuta    III [ – Ped]

  67      Automatico (sic)

  68      Vibratore (sic)                 Ped

 

  69      Bordone Espressivo (sic)          16’

  70      Subbasso                                    16’

  71      [Basso d’] Armonica                 16’

  72      Contrabbasso                            16’

  73      Violone                                        16’

  74      Bordone                                      8’

  75      Flauto                                          8’

  76      Basso                                          8’

  77      Cello (sic)                                     8’

  78      Corno Cantante (sic)                  8’

  79      Bombarda                                   16’

  80      Basso Acustico                         32’

 

Accessori

6 Combinazioni Fisse Generali a Pistoncino

6 Combinazioni Libere Generali a Pistoncino richiamabili con Pedaletti

6 Combinazioni Libere Particolari a Pistoncino per ogni Tastiera e Pedaliera

Pistoncini e Pedaletti di richiamo Unioni 8’

Staffa Crescendo Generale

Staffa Espressione al I Manuale

Staffa Espressione al III Manuale

Pedaletti Ripieno I, II, III; Ancia, Tutti

Annulli delle Ance, Ripieni, Accoppiamenti, 16’ Manuali, Ottave Acute e Ottave Gravi.

 

Estensione

Tastiere di 61 note (Do - Do); Pedaliera di 32 note (Do - Sol).

 

Collocazione

Occupa interamente la Cantoria sulla parete fondale dell’Abside.

 

Trasmissione

Quella originale è stata più volte revisionata; la grande consolle mobile, indipendente, è in genere posta nel Coro dell’Abbazia, alla Sinistra dell’Altare Maggiore.

 

Mostra

Poderosa Mostra 16’ con canne di diametro stretto (Armonica 16’ del Pedale, integrata da altre canne mute), in Cassa riccamente decorata ed ornata con sculture e dorature, di forma "Serliana Napoletana", di splendida fattura e disegnata da Padre Raffaele Stramondo.

 

Note

Si tratta di uno dei massimi capolavori dell’Arte Organaria Italiana della prima metà del XX sec.: la disposizione fonica sapiente ed equilibrata è stata con ogni probabilità dettata da Franco Michele Napolitano. I registri sono ben caratterizzati e, presi singolarmente, hanno un’intonazione “alla tedesca” forse influenzata dalle opere che E.F. Walcker aveva realizzato in quegli anni nei dintorni (grande organo della Cattedrale di Benevento, progettato da Giuseppe Cutrufo e purtroppo distrutto dai bombardamenti del 1943; reintonazione dell’organo Inzoli di Pompei, tuttora avvertibile suonando l’organo della Cappella dell’Istituto Bartolo Longo che altro non è che la ristrutturazione dell’organo del Santuario, dopo che questo fu rimosso per essere sostituito dall’attuale organo Mascioni).

È impressionante l’effetto favoloso e corposissimo del "Tutti" di questo grandioso strumento, colorato da bellissimi Fondi e da ottime Ance. Difatti, ci troviamo di fronte, per impostazione e per caratteristiche costruttive, ad un autentico "RiesenOrgel" [organo gigantesco, secondo la dizione tedesca assai in voga all’epoca della costruzione].

L’organo è paragonabile per dimensioni foniche a quello della Cattedrale di Como, realizzato da Balbiani nel 1932 su progetto di Luigi Picchi, ma qui la collocazione fondale in unico corpo è decisamente favorevole, inoltre le eccellenti caratteristiche acustiche dell’abbazia sono impareggiabili, rendendo l’organo unico in Italia.

Particolarmente bella la Mostra 16’ a canne strette in una stupenda cassa neobarocca decoratissima, cosa che dimostra assai eloquentemente come, anche nell’epoca contemporanea, si possa e si debba tener debito conto e soprattutto rispetto dell’ambiente architettonico dove si inserisce l’organo.

Ho potuto suonare questo strumento nel maggio 1988 grazie alla cortese accoglienza del padre guardiano (che, aprendo la consolle, nel descrivere questo strumento, mi disse: “Questo è un organo, un organo come si deve, un organo  di quando gli organi si facevano “a organo” e non si facevano a… ‘n ‘ata cosa, chi vo’ capi’ capisce”).

Successivamente, lo strumento ha sofferto alcuni anni per mancanza di manutenzione e per alcuni interventi inadeguati; ben restaurato alla fine degli anni ’90, è oggi utilizzato –oltre che per il quotidiano servizio liturgico e corale dei Monaci– per iniziative concertistiche e per esecuzioni di Musica Sacra d’alto livello.

luglio 2003

Graziano Fronzuto

 

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